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La responsabilità delle persone od enti a cui lasciamo in custodia i nostri figli per i motivi più diversi, che si tratti di studio, svago o altro, sono chiamati ad esercitare un controllo attento e, ove mai capitasse qualcosa al minore, il loro comportamento sarà vagliato attentamente.

Nel caso in esame, un papà ed una mamma lasciavano il loro figlio (di 12 anni) ad un centro estivo perché lì trascorresse parte dell’estate imparando l’inglese e giocando con i suoi pari.

La permanenza, però, veniva interrotta bruscamente a causa di un infortunio che il fanciullo subiva giocando a palla e le versioni rese dagli astanti (tutti dipendenti del centro) non erano del tutto convincenti; di qui la causa.

Il giudice chiarisce, nella sentenza in commento, la responsabilità per i precettori -che è la medesima dei genitori, dei tutori e dei maestri d’arte- e che è di natura oggettiva: l’essere genitori o avere tutela di un minore non emancipato per insegnare lui o semplicemente tenerlo in attesa che i genitori tornino, rende responsabili dei danni che lo stesso può arrecare (anche a sé stesso) salva l’esimente di non aver potuto impedire il fatto. Ossia di aver operato tutte le cautele e che l’evento sia costituito da un fatto assolutamente imprevedibile ed imponderabile.

Scarica la Sentenza del Tribunale di Roma

Ho ricevuto a studio due papà, di recente, nelle cui rispettive storie ho potuto osservare assonanze. Entrambi mi chiedevano di affrancarsi dall’obbligo di mantenimento; cosa che, devo dire, non mi dava particolare preoccupazione, avendone valutato i presupposti tanto nel primo quanto nel secondo caso.

Ad incuriosirmi erano i vissuti dei figli (e dei loro genitori), ragazzini al tempo del divorzio e ora adulti in difficoltà.

Giulio (nome di fantasia), il primo papà, aveva due figlie che non vedeva e sentiva da anni e chiedeva che la più grande (ormai trent’enne laureata) potesse ritenersi ormai autonoma; Alberto, il secondo padre, aveva un solo figlio, Marco, trentacinquenne, che pure non vedeva da anni. Questi, però, differentemente dalle figlie di Giulio, non aveva raggiunto traguardi scolastici; si era fermato alle medie. Era disoccupato e passava le giornate al PC, chiuso nella ex casa familiare.

Insomma, un eremita contemporaneo; ndr. hikikomori.

A differenza dell’eremitismo, cui riconosciamo -oltre all’isolamento fisico- caratteri di autosufficienza, di meditazione, libertà (affrancazione dai bisogni), isolamento sociale (fisico e metafisico), gli hikikomori, pensavo, sono in effetti altro: non sono autosufficienti (abbisognano che altri portino loro il necessario per vivere), non rappresentano vocazioni meditative e l’isolamento è meramente fisico (sono collegati ad altri tramite pc). Non c’è cenno alla libertà; anzi, vivono in spazi angusti (alcuni addirittura con vetri oscurati).

Pare che gli hikikomori in Italia siano uno ogni 250, per lo più di sesso maschile, figli unici. Pochi studi a testimoniarne i caratteri; l’ultimo, autorevole, è dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR IFC [1].

In Giappone si stima siano addirittura un milione (!) e gli studi sono diversi.

Ma quali assonanze sociali tra il nostro Bel Paese e quello d’oriente?

Certamente sono, l’Italia ed il Giappone, due società fortemente ancorate a principi morali ed etici radicati; penso, ad esempio, all’onore che da noi, almeno sino al 1981 (ossia, l’altro ieri), giustificava violenza sessuale e fisica. Ed alla declinazione giapponese, che vedeva la perdita dell’onore, conseguente ad una sconfitta, come vergogna indelebile.

Penso, ancora, alla ripartizione dei ruoli familiari nelle due realtà accumunate, in questo ambito, da una rigida visione dell’uomo (padre) lavoratore e della donna (madre) regina del focolare domestico (Moretti 2010).

Rifletto, infine, sul sistema motivazionale dominante che, nella cultura orientale è di tipo affiliativo [2] la cui declinazione, nella dimensione italiana, tanto ricorda la tipica famiglia meridionale, luogo di protezione e garanzia di operosità.

Penso, da giurista, alla legislazione affidativa dei figli che in Italia ha visto il protrarsi di affidi monogenitoriali (ndr. collocamenti prevalenti e sbilanciati), malgrado la Legge di affido condiviso e la legge nipponica che ancor oggi prevede un rigidissimo affido esclusivo alla madre oltre che la mancata adesione alla Convenzione dell’Aja sulla protezione dei Minori.

Ebbene, uno dei fattori di rischio evidenziati [3] nel fenomeno degli hikikomori è, guarda caso, l’assenza del padre -emotiva o fisica- che, in Giappone, letteralmente scompare dalla vita dei figli qualora si pervenga a divorzio.

Diversi studiosi concludono apertamente per la causa di attaccamento ambivalente in luogo dell’attaccamento sicuro (Bowlby 1969), interpretabile come risposta adattiva del bambino a modalità di cura che privilegiano la dipendenza emotiva dalla madre [4].

Ecco, dunque, che “Marco, il trentacinquenne figlio unico, disoccupato che non esce di casa e che a breve perderà il mantenimento del padre, ha una sua spiegazione” mi dico rileggendo i nomi dei giudici che nel 1997 decretavano una frequentazione del figlio col padre di tre ore al giovedì, tre ore al sabato e tre la domenica (a settimane alterne).

Le cose, devo dire, stanno lentamente cambiando: se due genitori si separano, salvi i casi di ragioni impeditive che vanno indagate e dimostrate, i figli possono vederli con un certo equilibrio, se non con tempi paritetici così come diversi tribunali stanno via via pronunciando [5].

Restano i danni degli affidi esclusivi ed interpretazioni in malam partem di distingui incoerenti tra collocamento ed affido che negli anni la giurisprudenza ha prodotto nel nome dell’interesse del minore.

Avv. Francesco Angelo Tesoro

[1] https://www.ifc.cnr.it/index.php/it/news/875-il-fenomeno-dell-hikikomori-e-oggetto-del-nuovo-studio-epidemiologico-ifc?highlight=WyJoaWtpa29tb3JpIl0 =

[2] Lichtenberg JD, Lachmann FM, Fosshage JL. I sistemi motivazionali. Bologna: Il Mulino, 2012.

[3] Stella Cervasio, Hikikomori, ovvero la malattia dei ragazzi, in La Repubblica, 14 febbraio 2013.

[4] Rothbaum F, Weisz J, Pott M, Miyake K, Morelli G. Culture and attachment. Security in the United States and Japan. Am Psychol 2000; 55: 1093-104.

[5] In senso conf. Cassazione; ordinanza n. 1993/2023.

Croce dei genitori, specie per quanti abbiano raggiunto una certa età, è l’obbligo di mantenere i figli ormai adulti; obbligo che, per i genitori separati non conviventi, si traduce nella corresponsione di un assegno mensile adeguato all’indice ISTAT.

La domanda che sorge è per quanto tempo l’obbligo permarrà invariato.

In verità, l’approccio giurisprudenziale della valutazione “caso per caso” che accompagna ogni ambito della materia familiare non conferisce certezze.

L’osservazione delle pronunce più recenti, tuttavia, reca una indicazione di tendenza che torna ad affidare al figlio maggiorenne la responsabilità che in età adulta quegli dovrebbe maturare naturalmente.

Una sentenza della cassazione risalente al 2020 (Cass. Civ., Sez I, ord. n. 17183/2020) si poneva in netto contrasto con i precedenti di allora affermando che, ferma ogni la valutazione del “caso per caso” (ossia, il termine del percorso formativo, la possibilità di reperimento di un lavoro, possibilità di esercitare un’attività lucrativa, anche in caso di non approfittanza o costituzione di diverso nucleo familiare), il limite anagrafico poteva stabilirsi di 30 anni.

Affermava, appunto, quella sentenza -in contrasto con i precedenti- che il figlio maggiorenne (rectius, trentenne) non poteva ostinarsi e indugiare nell’attesa di reperire il lavoro reputato consono alle sue aspettative, doveva agire.

La sentenza più recente va oltre segnando il cambio di prospettiva cui facevo cenno in incipit: “raggiunti i anni 29 può ritenersi -sulla base di presunzioni- che siano in grado di lavorare per provvedere al proprio mantenimento non risultando provata nella fattispecie alcuna disabilità o motivo ostativo né tantomeno un percorso di studi ancora da completare”.

La cassazione, quindi, pone di fatto una presunzione che non ribalta l’onere probatorio (di fatto ricadente sempre sul genitore che agisce per la riforma) ma introduce il tema dell’auto-responsabilità anteponendo il termine al completamento degli studi/percorso formativo (o all’abbandono) e reca un limite anagrafico ancor più rigoroso.

Ecco, dunque, i presupposti della domanda che tanti si pongono: qualora i vostri figli abbiano terminato gli studi (o li abbiano abbandonati) e non cerchino attivamente una autonomia (o si ostinino a cercarla esclusivamente in ambito lavorativo a loro confacente), non potranno contare sull’assegno per perseguire obiettivi che non siano concreti oltre all’età summenzionata.

L’ascolto del minore è l’istituto più sfuggente, assieme forse alle valutazioni di CTU ed alle variopinte forme di affido all’ente (rectius servizi sociali), che la procedura di affidamento minori conosca.

La sensazione è che acquisita, ob torto collo, all’Ordinamento interno per impulso soprattutto della Convenzione dei Diritti del Fanciullo la disciplina fatichi a dare lettura univoca delle risultanze e che ciò ponga distanza tra il diritto proclamato e quello praticato.

Nella disamina delle pronunce che seguono ho voluto sintetizzare indicazioni diametralmente difformi che la suprema Corte di Cassazione ha dato a fattispecie che, ad un primo esame, non differiscono poi molto nelle dinamiche condividendo, entrambe, l’elemento dato dal condizionamento di uno dei genitori.

Mi riferisco in primis, alla recentissima ordinanza n. 16231 dell’8 giugno 2023 della prima sezione. In questa, a fronte dell’ascolto, era emerso che il padre -ricorrente in Cassazione- aveva coinvolto la figlia in questioni economiche dei genitori e, in CTU, era anche emersa una sua mancata elaborazione del divorzio che, concludeva l’esperto peritale, poteva costituire motivo di pregiudizio.

Di tal ché, la Corte, valutava giustificabile e ben argomentata la pronuncia della corte d’appello che aveva aumentato i giorni di permanenza della minore al padre ma non aveva accolto i desiderata della figlia poiché essi non erano pienamente consapevoli in quanto indotti.

La seconda pronuncia in esame, più risalente, è l’ordinanza n. 25653/2020 che vedeva i ruoli genitoriali invertiti: questa volta era la madre ad aver esercitato condizionamento.

La Cassazione, tuttavia, riteneva che la fanciulla dovesse restare collocata presso la madre -malgrado le pressioni- poiché tale era comunque la volontà della figlia.

Ebbene, a prescindere dall’esito, sempre favorevole al mantenimento dello status quo, ossia del collocamento preesistente, sia nel caso di condizionamento dell’uno o dell’altro genitore, la nomofiliachia pare -all’esame- eccessivamente conservatrice ondeggiando, ora nell’una, ora nell’altra considerazione, pur di non cambiare molto la condizione delle cose.

Restano, almeno nei procedimenti summenzionati, alcuni principi assolutamente condivisibili come quello del diritto all’ascolto del minore, alla puntuale motivazione in caso di decisione di non procedere o di discostarsi dalle dichiarazioni del fanciullo operando, in caso di infradodicenni, valutazione della capacità di discernimento e dei rischi connessi l’ascolto diretto.

Quanti decidano di chiedere una modifica alle condizioni dei propri figli dovranno, quindi, fare serie riflessioni di opportunità con il professionista avvocato che avranno scelto considerando, di converso, che la materia è viva ed in rapida evoluzione e che la mera disamina dei precedenti della Corte di Cassazione costituisce solo una parte delle riflessioni da fare.

Sono certo che un nostalgico della musica degli anni 80 leggendo il titolo di questa breve riflessione ha canticchiato l’omonima canzone dei Righeira. Forse questo tormentone scandisce, specie per coloro che sono nati nell’altro millennio, il proprio tempo di vita, un po’ come se fosse un secondo compleanno o un secondo capodanno.

L’estate al contrario delle altre stagioni è sinonimo di vacanze (prima o poi!), di tempo libero e poi come si dice, “è il momento di godersi i figli”. Non perché nelle altre stagioni non vi siano giorni di ferie o tempo libero, o peggio ancora, il tempo per stare con i figli. L’estate però …. è bella perché, perché in questa stagione, per una settimana, per due settimane, per un mese “il piacere”, ha la meglio sul “dovere”. Dove il proprio agire da adulto, pur restando responsabile e legato alla propria morale, è più soave perché non è immerso nel vortice delle cose da fare che ci accompagna, inesorabile, fino alla preparazione delle valigie per chi ha la fortuna di trascorre un po’ di tempo lontano dalla propria abitazione.

In questa atmosfera particolare, diversa dalla magia del Natale dove siamo tutti più buoni di default, anche i legami affettivi si scaldano, si “abbronzano” come la nostra pelle, indecentemente se si resta in città, si va in montagna o al mare. I legami più importanti nella vita delle persone sono tre, quelli famigliari, quelli amicali e quelli della polis. Ma siamo onesti…i terzi legami, in vacanza, li perdiamo un po’ di vista…ne è riprova questa estate che, nonostante le elezioni alle porte, in pochi parlano di politica, al massimo ci si limita a condividere qualche post su facebook.

Vorrei riflettere però solo sui legami e gli affetti famigliari, in particolare quelli genitori-figlio/a. L’estate è una stagione in cui questi legami si distendono (fanno eccezione qualche exploit adolescenziale, ma l’eccezione è la regola di questa età!) perché il tempo sembra scorrere più lentamente, perché non vi sono urgenze calcolate e scadenze troppo importanti. Dove, per esempio,  anche quell’arduo lavoro genitoriale di aiutare il proprio figlio a fare i compiti, non è accerchiato dal “preparare la cena”, “le altre materie”, “il voto che potrà prendere”, etc. E allora, pur restando decisi, i genitori sono più accomodanti fino a trattare sui tempi di svolgimento dei compiti e le pause. A volte si ride anche sugli errori! Non si teme di perdere troppo tempo, perché si scopre quanto è bello fare i compiti “insieme”.

E poi c’è il gioco! I figli riscoprono l’homo ludens ancora esistente nei propri genitori. Ci sono le carte, i giochi da tavola, la palla che rotola, i castelli di sabbia, i sassi nell’acqua. Indipendentemente se ci si sfida o si collabora, si vive una complicità nella relazione.  Forse nella vita ordinaria questa complicità si dissolve tra gli impegni extra-scolastici, il traffico cittadino e le mille cose da fare, compresi compiti (vedi sopra!) che, da esercizi di crescita, si trasformano in elementi di disturbo della quiete famigliare.

Incredibile, ma in estate non c’è bisogno neanche dei turni per “dare una mano in casa” o non è necessario ricordare chi aveva fatto cosa il giorno prima. Ma sì, alla fine quella corsa frenetica della quotidianità che richiede a tutti, piccoli e grandi, momenti di relax non c’è, perché si vive già in maniera tranquilla… giusto qualche ansia se si ha paura di perdere un mezzo per spostarsi nelle vacanze o se qualche figlio tarda un po’ troppo.

E vogliamo mettere che in estate ci si ricorda come il binomio natura e cultura, non è solo oggetto di nauseanti studi delle scienze umane, ma è un apripista relazionale per fortificare il legame tra genitori figli? le passeggiate in montagna, le visite alle città e ai loro monumenti, le nuotate, le visite ai musei, la partecipazione alle sagre del paese… Si scopre in assoluta normalità e a volte con un po’ di fatica fisica che si fa parte di un cosmo e si è dentro la storia del genere umano e questo senza gerarchia alcuna, ovvero indipendentemente se si è genitori o figli.

Ma la magia più magia dell’estate è che in questo tempo dove il tempo rallenta e si può scegliere cosa fare, ci si ascolta di più e a volte si vengono a sapere cose successe nell’anno feriale concluso che sembra assurdo non averne preso conoscenza al tempo debito. Anche il figlio che passa il 90% del suo tempo con gli amici a giocare, quando torna a casa quel 10% è ricco di parole. E poi si vedono genitori, in specie papà dobbiamo dirlo, rincoglioniti che parlano per ore con i neonati, loro dicono per dare sicurezza al figlio/a, ma siamo onesti, le carenze di affetto sono dei genitori! Sono loro che sanno di essere acceleratori del tempo quando non è estate e quindi fautori, a volte, di “blocchi” relazionali temporanei.

In estate spesso i figli ascoltano le storie dei genitori quando erano ragazzi senza “accusarli” di appartenere al medioevo(!), sono incuriositi delle loro relazioni da ragazzi e delle loro birbanterie. Anche il parlare di un monumento in città o di un fenomeno presente in natura diviene motivo per parlare di sé, di noi.

Ecco, l’estate sta finendo…un anno se ne va… sto diventando grande…lo sai che non mi va! (la stai ricantando vero?)

Facciamo tesoro di questo tempo estivo in cui il genitore è tornato un po’ bambino e il ragazzo ha dimostrato di essere cresciuto. Facciamo in modo che l’abbronzatura dei legami tardi a schiarirsi e quando vediamo che stiamo tornando bianchicci, ricordiamoci di rallentare il tempo. I genitori hanno questo potere! Possono rallentare il tempo, magari anche solo togliendo qualche impegno o prendendone altri con la stessa serietà, ma con maggiore serenità.

Il legame buono vale più delle cose da fare! In un recente studio su come sono cambiati i valori degli italiani negli ultimi cinquant’anni è scritto:

si evidenzia come la famiglia sia giudicata importante, ma il matrimonio decisamente meno. […] La perdita di importanza del matrimonio e la persistente importanza della presenza dei figli nel cementare l’unione coniugale conferma la peraltro la tesi espressa da Théry [1998] secondo cui laddove il legame di coppia si de-istituzionalizza (démarriage), il legame genitore figlio diventa la nuova istituzione sociale. Le generazioni più giovani non sembrano più centrate sul patto coniugale, ma sul «nuovo patto di filiazione», una relazione non negoziabile, diversamente da quanto avviene nella relazione di coppia, continuamente sottoposta a contrattazione e sempre più reversibile”[1].

Questo significa che nel caso di coppie ancora sposate e conviventi la relazione genitore/figlio sostiene anche la relazione fra gli adulti, mentre nel caso di separazione/divorzio è proprio la relazione genitore/figlio, in quanto relazione non negoziabile, a sostenere il legame famigliare e dare una continuità biografica.

Concludo dicendo che tutti, genitori separati o conviventi, dobbiamo comprendere l’importanza del tempo come categoria che accompagna l’incontro con il figlio. Ma l’estate ci dice una cosa di più…il tempo per stare con i figli non deve essere centellinato e soprattutto non deve sempre essere riempito di tutto per paura di un vuoto. Il tempo è riempito in primis con la presenza e poi con l’agire.

Questo monito vale per tutti, per coloro che hanno la fortuna di vivere quotidianamente coni figli, per coloro che li vedono secondo un tempo paritetico, per coloro che riescono a incontrarli qualche fine settimana e anche per coloro che possono stare con i figli solo qualche ora, magari anche con la presenza di un terza figura. Non pensiamo che il tempo sia solo un conto alla rovescia, pensiamolo come un tempo aperto al futuro! In questo i greci, con la distinzione fra chronos, come tempo lineare (tempus fugit) e kairos come significato e qualità temporale hanno ancora molto da insegnarci!

Quindi: l’estate sta finendo? Sì, ma non guardiamo all’anno che se ne va, guardiamo quanto di buono abbiamo fatto per costruire nuovi tempi relazionali tra genitori e figli che facciano star bene tutti, ma soprattutto promuovano il benessere dei più piccoli! Concludo rivolgendomi a coloro che debbono decidere sui tempi da dare a entrambi i genitori in casi di divorzio: non siate aridi nelle scelte, cercate ci comprendere che il tempo ha bisogno di tempo se so vogliono costruire solide relazioni. E se tra i lettori di questo articolo c’è anche un genitore che centellina il tempo con cui il proprio figlio può stare con l’altro genitore, spero che abbia potuto comprendere che il tempo non è un arma, ma un dono da fare figli per ìl loro bene e non può essere utilizzato come dispetto all’ex coniuge o compagno.

[1] Sara Mazzucchelli, Fare Famiglia: un cammino a piccoli passi, in  F.Biolcati, G. Rovati, P. Sefatti, Come cambiano gli Italiani. Valori e atteggiamenti dagli anni Ottanta a oggi, Il Mulino, Bologna 2020, p. 105 (97-113)