Autore: Francesco Tesoro

La responsabilità delle persone od enti a cui lasciamo in custodia i nostri figli per i motivi più diversi, che si tratti di studio, svago o altro, sono chiamati ad esercitare un controllo attento e, ove mai capitasse qualcosa al minore, il loro comportamento sarà vagliato attentamente.

Nel caso in esame, un papà ed una mamma lasciavano il loro figlio (di 12 anni) ad un centro estivo perché lì trascorresse parte dell’estate imparando l’inglese e giocando con i suoi pari.

La permanenza, però, veniva interrotta bruscamente a causa di un infortunio che il fanciullo subiva giocando a palla e le versioni rese dagli astanti (tutti dipendenti del centro) non erano del tutto convincenti; di qui la causa.

Il giudice chiarisce, nella sentenza in commento, la responsabilità per i precettori -che è la medesima dei genitori, dei tutori e dei maestri d’arte- e che è di natura oggettiva: l’essere genitori o avere tutela di un minore non emancipato per insegnare lui o semplicemente tenerlo in attesa che i genitori tornino, rende responsabili dei danni che lo stesso può arrecare (anche a sé stesso) salva l’esimente di non aver potuto impedire il fatto. Ossia di aver operato tutte le cautele e che l’evento sia costituito da un fatto assolutamente imprevedibile ed imponderabile.

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Ho ricevuto a studio due papà, di recente, nelle cui rispettive storie ho potuto osservare assonanze. Entrambi mi chiedevano di affrancarsi dall’obbligo di mantenimento; cosa che, devo dire, non mi dava particolare preoccupazione, avendone valutato i presupposti tanto nel primo quanto nel secondo caso.

Ad incuriosirmi erano i vissuti dei figli (e dei loro genitori), ragazzini al tempo del divorzio e ora adulti in difficoltà.

Giulio (nome di fantasia), il primo papà, aveva due figlie che non vedeva e sentiva da anni e chiedeva che la più grande (ormai trent’enne laureata) potesse ritenersi ormai autonoma; Alberto, il secondo padre, aveva un solo figlio, Marco, trentacinquenne, che pure non vedeva da anni. Questi, però, differentemente dalle figlie di Giulio, non aveva raggiunto traguardi scolastici; si era fermato alle medie. Era disoccupato e passava le giornate al PC, chiuso nella ex casa familiare.

Insomma, un eremita contemporaneo; ndr. hikikomori.

A differenza dell’eremitismo, cui riconosciamo -oltre all’isolamento fisico- caratteri di autosufficienza, di meditazione, libertà (affrancazione dai bisogni), isolamento sociale (fisico e metafisico), gli hikikomori, pensavo, sono in effetti altro: non sono autosufficienti (abbisognano che altri portino loro il necessario per vivere), non rappresentano vocazioni meditative e l’isolamento è meramente fisico (sono collegati ad altri tramite pc). Non c’è cenno alla libertà; anzi, vivono in spazi angusti (alcuni addirittura con vetri oscurati).

Pare che gli hikikomori in Italia siano uno ogni 250, per lo più di sesso maschile, figli unici. Pochi studi a testimoniarne i caratteri; l’ultimo, autorevole, è dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR IFC [1].

In Giappone si stima siano addirittura un milione (!) e gli studi sono diversi.

Ma quali assonanze sociali tra il nostro Bel Paese e quello d’oriente?

Certamente sono, l’Italia ed il Giappone, due società fortemente ancorate a principi morali ed etici radicati; penso, ad esempio, all’onore che da noi, almeno sino al 1981 (ossia, l’altro ieri), giustificava violenza sessuale e fisica. Ed alla declinazione giapponese, che vedeva la perdita dell’onore, conseguente ad una sconfitta, come vergogna indelebile.

Penso, ancora, alla ripartizione dei ruoli familiari nelle due realtà accumunate, in questo ambito, da una rigida visione dell’uomo (padre) lavoratore e della donna (madre) regina del focolare domestico (Moretti 2010).

Rifletto, infine, sul sistema motivazionale dominante che, nella cultura orientale è di tipo affiliativo [2] la cui declinazione, nella dimensione italiana, tanto ricorda la tipica famiglia meridionale, luogo di protezione e garanzia di operosità.

Penso, da giurista, alla legislazione affidativa dei figli che in Italia ha visto il protrarsi di affidi monogenitoriali (ndr. collocamenti prevalenti e sbilanciati), malgrado la Legge di affido condiviso e la legge nipponica che ancor oggi prevede un rigidissimo affido esclusivo alla madre oltre che la mancata adesione alla Convenzione dell’Aja sulla protezione dei Minori.

Ebbene, uno dei fattori di rischio evidenziati [3] nel fenomeno degli hikikomori è, guarda caso, l’assenza del padre -emotiva o fisica- che, in Giappone, letteralmente scompare dalla vita dei figli qualora si pervenga a divorzio.

Diversi studiosi concludono apertamente per la causa di attaccamento ambivalente in luogo dell’attaccamento sicuro (Bowlby 1969), interpretabile come risposta adattiva del bambino a modalità di cura che privilegiano la dipendenza emotiva dalla madre [4].

Ecco, dunque, che “Marco, il trentacinquenne figlio unico, disoccupato che non esce di casa e che a breve perderà il mantenimento del padre, ha una sua spiegazione” mi dico rileggendo i nomi dei giudici che nel 1997 decretavano una frequentazione del figlio col padre di tre ore al giovedì, tre ore al sabato e tre la domenica (a settimane alterne).

Le cose, devo dire, stanno lentamente cambiando: se due genitori si separano, salvi i casi di ragioni impeditive che vanno indagate e dimostrate, i figli possono vederli con un certo equilibrio, se non con tempi paritetici così come diversi tribunali stanno via via pronunciando [5].

Restano i danni degli affidi esclusivi ed interpretazioni in malam partem di distingui incoerenti tra collocamento ed affido che negli anni la giurisprudenza ha prodotto nel nome dell’interesse del minore.

Avv. Francesco Angelo Tesoro

[1] https://www.ifc.cnr.it/index.php/it/news/875-il-fenomeno-dell-hikikomori-e-oggetto-del-nuovo-studio-epidemiologico-ifc?highlight=WyJoaWtpa29tb3JpIl0 =

[2] Lichtenberg JD, Lachmann FM, Fosshage JL. I sistemi motivazionali. Bologna: Il Mulino, 2012.

[3] Stella Cervasio, Hikikomori, ovvero la malattia dei ragazzi, in La Repubblica, 14 febbraio 2013.

[4] Rothbaum F, Weisz J, Pott M, Miyake K, Morelli G. Culture and attachment. Security in the United States and Japan. Am Psychol 2000; 55: 1093-104.

[5] In senso conf. Cassazione; ordinanza n. 1993/2023.

Croce dei genitori, specie per quanti abbiano raggiunto una certa età, è l’obbligo di mantenere i figli ormai adulti; obbligo che, per i genitori separati non conviventi, si traduce nella corresponsione di un assegno mensile adeguato all’indice ISTAT.

La domanda che sorge è per quanto tempo l’obbligo permarrà invariato.

In verità, l’approccio giurisprudenziale della valutazione “caso per caso” che accompagna ogni ambito della materia familiare non conferisce certezze.

L’osservazione delle pronunce più recenti, tuttavia, reca una indicazione di tendenza che torna ad affidare al figlio maggiorenne la responsabilità che in età adulta quegli dovrebbe maturare naturalmente.

Una sentenza della cassazione risalente al 2020 (Cass. Civ., Sez I, ord. n. 17183/2020) si poneva in netto contrasto con i precedenti di allora affermando che, ferma ogni la valutazione del “caso per caso” (ossia, il termine del percorso formativo, la possibilità di reperimento di un lavoro, possibilità di esercitare un’attività lucrativa, anche in caso di non approfittanza o costituzione di diverso nucleo familiare), il limite anagrafico poteva stabilirsi di 30 anni.

Affermava, appunto, quella sentenza -in contrasto con i precedenti- che il figlio maggiorenne (rectius, trentenne) non poteva ostinarsi e indugiare nell’attesa di reperire il lavoro reputato consono alle sue aspettative, doveva agire.

La sentenza più recente va oltre segnando il cambio di prospettiva cui facevo cenno in incipit: “raggiunti i anni 29 può ritenersi -sulla base di presunzioni- che siano in grado di lavorare per provvedere al proprio mantenimento non risultando provata nella fattispecie alcuna disabilità o motivo ostativo né tantomeno un percorso di studi ancora da completare”.

La cassazione, quindi, pone di fatto una presunzione che non ribalta l’onere probatorio (di fatto ricadente sempre sul genitore che agisce per la riforma) ma introduce il tema dell’auto-responsabilità anteponendo il termine al completamento degli studi/percorso formativo (o all’abbandono) e reca un limite anagrafico ancor più rigoroso.

Ecco, dunque, i presupposti della domanda che tanti si pongono: qualora i vostri figli abbiano terminato gli studi (o li abbiano abbandonati) e non cerchino attivamente una autonomia (o si ostinino a cercarla esclusivamente in ambito lavorativo a loro confacente), non potranno contare sull’assegno per perseguire obiettivi che non siano concreti oltre all’età summenzionata.

L’ascolto del minore è l’istituto più sfuggente, assieme forse alle valutazioni di CTU ed alle variopinte forme di affido all’ente (rectius servizi sociali), che la procedura di affidamento minori conosca.

La sensazione è che acquisita, ob torto collo, all’Ordinamento interno per impulso soprattutto della Convenzione dei Diritti del Fanciullo la disciplina fatichi a dare lettura univoca delle risultanze e che ciò ponga distanza tra il diritto proclamato e quello praticato.

Nella disamina delle pronunce che seguono ho voluto sintetizzare indicazioni diametralmente difformi che la suprema Corte di Cassazione ha dato a fattispecie che, ad un primo esame, non differiscono poi molto nelle dinamiche condividendo, entrambe, l’elemento dato dal condizionamento di uno dei genitori.

Mi riferisco in primis, alla recentissima ordinanza n. 16231 dell’8 giugno 2023 della prima sezione. In questa, a fronte dell’ascolto, era emerso che il padre -ricorrente in Cassazione- aveva coinvolto la figlia in questioni economiche dei genitori e, in CTU, era anche emersa una sua mancata elaborazione del divorzio che, concludeva l’esperto peritale, poteva costituire motivo di pregiudizio.

Di tal ché, la Corte, valutava giustificabile e ben argomentata la pronuncia della corte d’appello che aveva aumentato i giorni di permanenza della minore al padre ma non aveva accolto i desiderata della figlia poiché essi non erano pienamente consapevoli in quanto indotti.

La seconda pronuncia in esame, più risalente, è l’ordinanza n. 25653/2020 che vedeva i ruoli genitoriali invertiti: questa volta era la madre ad aver esercitato condizionamento.

La Cassazione, tuttavia, riteneva che la fanciulla dovesse restare collocata presso la madre -malgrado le pressioni- poiché tale era comunque la volontà della figlia.

Ebbene, a prescindere dall’esito, sempre favorevole al mantenimento dello status quo, ossia del collocamento preesistente, sia nel caso di condizionamento dell’uno o dell’altro genitore, la nomofiliachia pare -all’esame- eccessivamente conservatrice ondeggiando, ora nell’una, ora nell’altra considerazione, pur di non cambiare molto la condizione delle cose.

Restano, almeno nei procedimenti summenzionati, alcuni principi assolutamente condivisibili come quello del diritto all’ascolto del minore, alla puntuale motivazione in caso di decisione di non procedere o di discostarsi dalle dichiarazioni del fanciullo operando, in caso di infradodicenni, valutazione della capacità di discernimento e dei rischi connessi l’ascolto diretto.

Quanti decidano di chiedere una modifica alle condizioni dei propri figli dovranno, quindi, fare serie riflessioni di opportunità con il professionista avvocato che avranno scelto considerando, di converso, che la materia è viva ed in rapida evoluzione e che la mera disamina dei precedenti della Corte di Cassazione costituisce solo una parte delle riflessioni da fare.

Servizi sociali e processi affidativi di minori

Per affrontare il tema in parola è indispensabile maturare il concetto che l’assistente sociale sia un professionista dalle molteplici funzioni; alcune delle quali, come vedremo, in conflitto tra loro.

Rappresenta, inoltre, nel divenire delle procedure giudiziali, un terminale di deflusso di situazioni (persone e relazioni) che per le più disparate ragioni hanno visto l’intervento fallimentare di altre professioni.

L’intervento dell’assistente sociale pone le radici nell’istituzione dei tribunali per i minorenni nel 1934 (l. 1404) e, nel tempo, vede trasformare, con l’evolvere dei costumi, la sua funzione dal trattamento dei minori “traviati e bisognosi di correzione morale”, alla funzione (ri)educativa, per giungere al sostegno di cui oggi sentiamo parlare e sul quale ci interroghiamo circa limiti e contenuti.

Nella riorganizzazione delle competenze Stato Regioni attuata dal D.P.R. 616/1977, i Comuni divengono l’ente deputato alla erogazione degli interventi in favore dei minori soggetti all’autorità giudiziaria; normativa, questa, resa attuale nel corpo della Legge quadro sul sistema dei Servizi Sociali del 2000 (L. 328).

Questo spiega alcune pronunce di “affidamento all’ente” nei casi più gravi di incapacità genitoriale.

Il corpo normativo anzidetto, tuttavia, non ha però delineato margini certi per determinare i contenuti delle prestazioni assistenziali ed ha lasciato, nel tempo, che prassi consolidate avanti il tribunale per i minorenni trasmigrassero tout court avanti i tribunali ordinari.

 

Attività assistente sociale: rilievi critici

Un primo ordine di rilevi critici, quindi si delinea già ed ha fondamento nell’origine delle deleghe e, quindi, nel genere di attività che all’assistente sociale vengono richieste: mentre, difatti, i tribunali ordinari delegano ai servizi di intervenire in cause che pongono problematiche di conflittualità nella relazione tra genitori, e quindi necessitano di un genere di intervento di ordine mediativo o coordinativo, i tribunali per i minorenni dispongono l’intervento dei servizi in procedure che vedevano il minore in stato di abbandono o di maltrattamento; il che, implica un genere di intervento assolutamente diverso dal primo.

Le attività cui il servizio sociale potrà essere chiamato potranno essere di vigilanza (per la segnalazione all’autorità giudiziaria delle situazioni di rischio o di pregiudizio), o di informazione rivolta al giudice (di indagine sulle condizioni di vita del minore ed al suo contesto familiare e sociale).

Potrà inoltre, essere demandato di funzioni di sostegno e di accompagnamento per la realizzazione dei dispositivi adottati dal giudice o di controllo sull’esecuzione dei provvedimenti del giudice.

Ebbene, mentre le prime attività descritte, ossia quelle inerenti la vigilanza per segnalazione all’A.G. e informative rientrano, obtorto collo, nell’alveo delle mansioni ascrivibili alle figure ausiliarie del giudice (art. 68 Cod. Proc. Civ.), le seconde, ossia di accompagnamento e controllo potrebbero dare maggiori problemi di legittimità se si considera che esse potrebbero esprimersi addirittura quando il processo è definito.

 

Cosa è cambiato con la riforma Cartabia

La recente riforma ha in parte posto rimedio meglio delineando, rispetto al passato, le attività che l’assistente sociale può svolgere nel processo.

L’art. 473 bis, n. 23 Cod. Proc. Civ., ad esempio, regolamenta l’intervento dei servizi sociali o sanitari nei procedimenti a tutela dei minori.

Recita la nuova norma che l’attività cui saranno chiamati a svolgere sarà indicata in modo specifico con fissazione di termini. Le parti potranno accedere alle relazioni depositate (1) e fare memorie. Le relazioni dovranno essere fondate su fatti oggettivi, su metodologie e protocolli della comunità scientifica.

Un quadro, quindi, assai più rispettoso dei principi informatori della materia rispetto al passato (2).

Il problema, tuttavia, si pone per quei provvedimenti che dettano intervento dei servizi per un tempo ultrattivo rispetto il processo, sia nei contenuti della delega, sia riguardo ai soggetti passivi (beneficiari del trattamento), sia nei tempi di durata.

Il contenuto dell’intervento (sociale o sanitario) deve essere specifico dell’attività demandata ma i termini, a norma di legge, saranno determinati solo per il deposito di relazioni. Da ciò, si desume che l’intervento dei servizi, qualunque sia il suo oggetto (sociale o sanitario) potrebbe non avere termine (3).

Non avendo, ancor’oggi, una cornice definita, il sostegno a favore della persona ben potrà essere rifiutato.

Parimenti potrà essere rifiutato, dal maggiorenne, l’intervento sanitario, terapeutico o psicologico.

Qualora, invece, il sostegno sanitario demandato all’ente vedesse un minore come soggetto passivo, il magistrato non potrebbe dimenticare di pronunciarsi con provvedimento specifico nell’ampio margine che l’articolo 333 c.c. concede disponendo una diversa ripartizione in campo sanitario che limiti quella naturale dei genitori in favore dell’ente stesso cui affida delega.

Definito il procedimento, tuttavia, non vi sarà verifica giurisdizionale stabile, nessun giudice che controlli, avendo previsto, la riforma, unicamente la facoltà di adire nuovamente al giudice competente (che sarà in linea di massima quello che ha emesso il provvedimento) in caso di difficoltà di attuazione o impedimenti.

Legittimati attivi (e passivi) della domanda saranno, normalmente, i genitori e gli stessi ausiliari, cui il 4° comma dell’art. 473-bis n. 38 c.p.c. dà facoltà di formulare domanda (anche verbale) ove sorgessero ulteriori difficoltà di attuazione.

Quanto al contenuto delle attività di sostegno, nel perdurante silenzio del legislatore, chi scrive ritiene possano avere contenuto pedagogico-clinico; notoriamente non sanitario.

Una questione pratica di non poco rilievo, infine, si porrà in quei Comuni di piccole dimensioni che vedono la presenza di un solo assistente sociale il quale, per ovvie ragioni, non potrà svolgere funzioni investigative durante il processo e poi, terminato quello, assumere veste di operatore del sostegno alla persona che ha investigato.

Alla luce delle considerazioni che precedono, appare certamente più definita, rispetto al passato, la funzione del servizio sociale nell’ambito processuale. Restano, tuttavia, ampie zone d’ombra nelle attività che esso potrà svolgere a processo concluso.

(1) Per ottenere altro genere di documentazione, ossia per la documentazione non depositata nel processo, gli utenti del servizio sociale potranno fare accesso agli atti facendo leva anche sulla normativa deontologica dell’assistente sociale che, a mente dell’art 13 C.D., impone all’assistente sociale di adoperarsi in tal senso.

(2) Per la violazione dei quali principi lo Stato italiano veniva più volte condannato dalla CEDU; per ultimo, con sent. del 24 giugno 2021 – ricorso n. 40910/19 – Causa A.T. contro Italia.

(3) Sulla inopportunità degli incontri protetti senza termine si veda il Manuale psicoforense dell’età evolutiva, Giuffrè editore, 2018.

 

Ricordo, una decina di anni fa, il ministro dell’economia Padoa Schioppa che, nel presentare la manovra economica del governo, e -forse- per elogiare il lavoro del suo dicastero per aver previsto sussidi per quei giovani che decidevano di uscire da casa affermò: La manovra contiene misure come l’aiuto di mille euro l’anno previsto per i ventenni-trentenni che prendono casa in affitto: mandiamo i bamboccioni fuori casa”.

Lo sfortunato ministro venne criticato con asprezza; aveva toccato in un colpo solo due dogmi sociali: -la casa-, intesa come luogo di coesione familiare, -e la mamma-, nella sua funzione più iconografica di genitore affettivo-accudente.

Il ministro, però, non aveva torto. I nostri figli restano a casa più del dovuto e, nel 50% delle famiglie, tale è il numero delle famiglie separate in Italia, restano per lo più con la mamma. Il papà, genitore che dovrebbe svolgere funzioni di affrancazione ed emancipazione del giovane adulto è lontano; emarginato dalla prevalenza del materno che la giurisprudenza affidativa declina più o meno rigidamente.

Notoriamente l’interpretazione nomofilattica della cassazione pone, quali elementi fondanti la cessazione dell’obbligo di mantenere i figli maggiorenni, due dati fattuali contrapposti: l’intervenuta indipendenza economica o la colpevole inerzia del figlio [[1]].

V’è da dire, però, che la cristallizzazione dei suddetti principi ha lasciato, recentemente, il passo a più miti interpretazioni laddove la giurisprudenza di merito e di legittimità [[2]] ha moderato le aspirazioni del figlio maggiorenne in ragione delle particolari condizioni di accesso al mercato del lavoro e, quindi della necessità di mitigare le aspirazioni, nonché del principio di autoresponsabilità volto a evitare forme di parassitismo.

Altro principio che è emerso -e che si lega a quello dell’autoresponsabilità-, è quello della funzione educativa del mantenimento che valuta il tempo medio necessario all’inserimento del giovane nel mondo del lavoro.

In base a tale principio, l’avvocato -prim’ancora del magistrato- dovrà, prima di consigliare il proprio cliente per una causa di revisione, valutare l’eventuale condizione di fragilità del figlio, la diligenza della prosecuzione dei suoi studi, il tempo trascorso dalla conclusione degli studi, i tentativi effettuati per la ricerca del lavoro.

Un ultimo cenno merita il tema dell’onere probatorio che, da recente giurisprudenza di merito, non può dirsi sempre e solo a carico del genitore poiché, in base al principio della “prossimità della prova”[[3]], non può tradursi in un onore eccessivo che renda troppo arduo o addirittura impossibile l’esercizio dell’azione giudiziaria[[4]]: si pensi, appunto, al padre che -non vivendo in casa col figlio, magari in altra città- non può documentare se il giovane trascorra o meno le sue giornate su internet cercando lavoro o guardando tik tok.

[1] Per tutte, Cass. Civ. 26 aprile 2017 n. 1027.

[2] Tribunale di Verona 26 settembre 2019; Corte di Cassazione del 29 dicembre 2020 n. 29779.

[3] Principio nato nel diritto amministrativo ma che inizia a trovare spazio anche nel diritto civile.

[4] Corte di Cassazione ord. 17183 del 14 agosto 2020.