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Il provvedimento di nomina dell’esperto, un intervento efficace sotto il profilo della ripresa o del miglioramento dei rapporti tra i minori e i genitori, non può prescindere da un’indagine sulle motivazioni che hanno provocato le difficoltà relazionali. Per aiutare a superare il conflitto è necessario conoscerne le cause ed appare opportuno – se non doveroso- che sia lo stesso professionista a compiere tale verifica. L’esperto dunque può sia assumere compiti di natura valutativa, che individuare le attività necessarie per risolvere i conflitti e offrire sostegno.

Trattandosi di un ausiliario del giudice (più esattamente appartenente alla categoria residuale degli “altri ausiliari” di cui all’art. 68 c.p.c. contrapposta agli ausiliari tipici) che opera in una situazione di terzietà, facendo applicazione analogica dell’art. 193 c.p.c., può affermarsi che anche l’esperto ex art. 473 bis.26 c.p.c. debba svolgere la sua funzione sotto il vincolo del giuramento.

Nel caso in esame il Giudice ha disposto, in accordo con il padre, la sospensione degli incontri padre-figlio, a seguito del rifiuto opposto dal minore, fino a quando l’esperto nominato ne avesse ritenuta opportuna la ripresa.

Scarica il Decreto del Tribunale Ancona – Dott. Valerio Guidarelli – 4 marzo 2024

La riforma del diritto di famiglia Cartabia ha introdotto (all’art. 473-bis n. 12 Cod. Proc. Civ.) l’onere dei genitori che approcciano al processo familiare e affidativo dei propri figli, la redazione del cosiddetto Piano Genitoriale ossia di un documento che rechi indicazione “degli impegni e le attività quotidiane dei figli relative alla scuola, al percorso educativo, alle attività extrascolastiche, alle frequentazioni abituali e alle vacanze normalmente godute”.

La formulazione, forse eccessivamente sommaria della legge, accede -invece- ad uno strumento che ritengo essenziale alla realizzazione di ciò che chiamo il divorzio di successo; ossia, la programmazione proficua di un futuro da genitori, in luogo di quella naufragata da coniugi.

Il Piano Genitoriale nasce dall’esperienza della professoressa Debra K. Cater, psicologa, e viene trasfuso in Italia dalla professoressa Silvia Mazzoni che ne ha curato la sperimentazione in Italia anche attraverso strutture pubbliche quali sono gli uffici dei Servizi Sociali.

Esso si compone dell’insieme delle notizie che riguardano la vita dei vostri figli: istituto scolastico (percorso formativo), necessità mediche (pediatra e/o specialisti), attività extra-scolastiche (sport, corsi di musica o altri), modalità di frequentazione dei figli con entrambi i genitori (ordinarie, festive e feriali), oneri di accudimento.

La realizzazione dei Piano Genitoriale potrà avere due obiettivi.

Nel caso in cui questo sia redatto da entrambi i genitori (cosa che si consiglia di fare nell’ambito di un percorso di sostegno mediativo o coordinativo) avrà lo scopo di agevolare la realizzazione di un ricorso congiunto in tribunale con riduzione dei tempi di accesso al giudice, nonché risparmio di oneri e spese (oltre che di risorse emotive).

Nel caso invece, non si voglia (o non si riesca) a realizzare un unico Piano Genitoriale condiviso, il documento redatto solo da uno avrà l’obiettivo di far conoscere al giudice le abitudini di vita dei figli in costanza di coniugio e rappresentare come il singolo genitore voglia organizzare la vita nel futuro.

Comprenderete, quindi, l’importanza di un tale approccio.

Potrete scaricarlo e iniziare a familiarizzare con le sue particolarità poiché, come detto, è un documento essenziale (e va necessariamente prodotto).

Avv. Francesco Tesoro

Scarica il modello del Piano Genitoriale

La responsabilità delle persone od enti a cui lasciamo in custodia i nostri figli per i motivi più diversi, che si tratti di studio, svago o altro, sono chiamati ad esercitare un controllo attento e, ove mai capitasse qualcosa al minore, il loro comportamento sarà vagliato attentamente.

Nel caso in esame, un papà ed una mamma lasciavano il loro figlio (di 12 anni) ad un centro estivo perché lì trascorresse parte dell’estate imparando l’inglese e giocando con i suoi pari.

La permanenza, però, veniva interrotta bruscamente a causa di un infortunio che il fanciullo subiva giocando a palla e le versioni rese dagli astanti (tutti dipendenti del centro) non erano del tutto convincenti; di qui la causa.

Il giudice chiarisce, nella sentenza in commento, la responsabilità per i precettori -che è la medesima dei genitori, dei tutori e dei maestri d’arte- e che è di natura oggettiva: l’essere genitori o avere tutela di un minore non emancipato per insegnare lui o semplicemente tenerlo in attesa che i genitori tornino, rende responsabili dei danni che lo stesso può arrecare (anche a sé stesso) salva l’esimente di non aver potuto impedire il fatto. Ossia di aver operato tutte le cautele e che l’evento sia costituito da un fatto assolutamente imprevedibile ed imponderabile.

Scarica la Sentenza del Tribunale di Roma

Ho ricevuto a studio due papà, di recente, nelle cui rispettive storie ho potuto osservare assonanze. Entrambi mi chiedevano di affrancarsi dall’obbligo di mantenimento; cosa che, devo dire, non mi dava particolare preoccupazione, avendone valutato i presupposti tanto nel primo quanto nel secondo caso.

Ad incuriosirmi erano i vissuti dei figli (e dei loro genitori), ragazzini al tempo del divorzio e ora adulti in difficoltà.

Giulio (nome di fantasia), il primo papà, aveva due figlie che non vedeva e sentiva da anni e chiedeva che la più grande (ormai trent’enne laureata) potesse ritenersi ormai autonoma; Alberto, il secondo padre, aveva un solo figlio, Marco, trentacinquenne, che pure non vedeva da anni. Questi, però, differentemente dalle figlie di Giulio, non aveva raggiunto traguardi scolastici; si era fermato alle medie. Era disoccupato e passava le giornate al PC, chiuso nella ex casa familiare.

Insomma, un eremita contemporaneo; ndr. hikikomori.

A differenza dell’eremitismo, cui riconosciamo -oltre all’isolamento fisico- caratteri di autosufficienza, di meditazione, libertà (affrancazione dai bisogni), isolamento sociale (fisico e metafisico), gli hikikomori, pensavo, sono in effetti altro: non sono autosufficienti (abbisognano che altri portino loro il necessario per vivere), non rappresentano vocazioni meditative e l’isolamento è meramente fisico (sono collegati ad altri tramite pc). Non c’è cenno alla libertà; anzi, vivono in spazi angusti (alcuni addirittura con vetri oscurati).

Pare che gli hikikomori in Italia siano uno ogni 250, per lo più di sesso maschile, figli unici. Pochi studi a testimoniarne i caratteri; l’ultimo, autorevole, è dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR IFC [1].

In Giappone si stima siano addirittura un milione (!) e gli studi sono diversi.

Ma quali assonanze sociali tra il nostro Bel Paese e quello d’oriente?

Certamente sono, l’Italia ed il Giappone, due società fortemente ancorate a principi morali ed etici radicati; penso, ad esempio, all’onore che da noi, almeno sino al 1981 (ossia, l’altro ieri), giustificava violenza sessuale e fisica. Ed alla declinazione giapponese, che vedeva la perdita dell’onore, conseguente ad una sconfitta, come vergogna indelebile.

Penso, ancora, alla ripartizione dei ruoli familiari nelle due realtà accumunate, in questo ambito, da una rigida visione dell’uomo (padre) lavoratore e della donna (madre) regina del focolare domestico (Moretti 2010).

Rifletto, infine, sul sistema motivazionale dominante che, nella cultura orientale è di tipo affiliativo [2] la cui declinazione, nella dimensione italiana, tanto ricorda la tipica famiglia meridionale, luogo di protezione e garanzia di operosità.

Penso, da giurista, alla legislazione affidativa dei figli che in Italia ha visto il protrarsi di affidi monogenitoriali (ndr. collocamenti prevalenti e sbilanciati), malgrado la Legge di affido condiviso e la legge nipponica che ancor oggi prevede un rigidissimo affido esclusivo alla madre oltre che la mancata adesione alla Convenzione dell’Aja sulla protezione dei Minori.

Ebbene, uno dei fattori di rischio evidenziati [3] nel fenomeno degli hikikomori è, guarda caso, l’assenza del padre -emotiva o fisica- che, in Giappone, letteralmente scompare dalla vita dei figli qualora si pervenga a divorzio.

Diversi studiosi concludono apertamente per la causa di attaccamento ambivalente in luogo dell’attaccamento sicuro (Bowlby 1969), interpretabile come risposta adattiva del bambino a modalità di cura che privilegiano la dipendenza emotiva dalla madre [4].

Ecco, dunque, che “Marco, il trentacinquenne figlio unico, disoccupato che non esce di casa e che a breve perderà il mantenimento del padre, ha una sua spiegazione” mi dico rileggendo i nomi dei giudici che nel 1997 decretavano una frequentazione del figlio col padre di tre ore al giovedì, tre ore al sabato e tre la domenica (a settimane alterne).

Le cose, devo dire, stanno lentamente cambiando: se due genitori si separano, salvi i casi di ragioni impeditive che vanno indagate e dimostrate, i figli possono vederli con un certo equilibrio, se non con tempi paritetici così come diversi tribunali stanno via via pronunciando [5].

Restano i danni degli affidi esclusivi ed interpretazioni in malam partem di distingui incoerenti tra collocamento ed affido che negli anni la giurisprudenza ha prodotto nel nome dell’interesse del minore.

Avv. Francesco Angelo Tesoro

[1] https://www.ifc.cnr.it/index.php/it/news/875-il-fenomeno-dell-hikikomori-e-oggetto-del-nuovo-studio-epidemiologico-ifc?highlight=WyJoaWtpa29tb3JpIl0 =

[2] Lichtenberg JD, Lachmann FM, Fosshage JL. I sistemi motivazionali. Bologna: Il Mulino, 2012.

[3] Stella Cervasio, Hikikomori, ovvero la malattia dei ragazzi, in La Repubblica, 14 febbraio 2013.

[4] Rothbaum F, Weisz J, Pott M, Miyake K, Morelli G. Culture and attachment. Security in the United States and Japan. Am Psychol 2000; 55: 1093-104.

[5] In senso conf. Cassazione; ordinanza n. 1993/2023.