Mantenimento nel divorzio: i tempi sono cambiati e cambiano le parole

Commento all’ordinanza di Cassazione 14231/2018.

Dopo le diverse sentenze che hanno mutato decisamente l’orientamento della giurisprudenza, a segnare il nuovo cammino è questa volta una ordinanza estesa in forma semplificata (motivazione succinta) che ha il pregio di essere chiara e non equivocabile.

Non mi dilungherò nei precedenti giurisprudenziali ma farò un breve cenno da cui non si può prescindere: il testo della Legge; segnatamente l’articolo 5, comma 6, della L. 878 del 1970.

Questa recita che  “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento … il tribunale,

  • tenuto conto delle condizioni dei coniugi
  • delle ragioni della decisione
  • del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune
  • del reddito di entrambi
  • valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio
  • dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno
  • quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive.

E’ evidente che il giudice con la sentenza che pronuncia divorzio, dispone obbligo di mantenimento del coniuge in favore dell’altro quando questo non ha mezzi adeguati o non può procurarseli per ragioni oggettive.

L’elemento che fa sorgere il diritto al mantenimento è dunque la mancanza di mezzi e l’impossibilità di procurarseli.

Poi, accertato che il coniuge “debole” ha questo diritto, si apre una seconda fase di valutazione che attiene alla determinazione dell’ammontare dell’assegno il quale viene quantificato sulla base di diversi parametri sopra indicati (al terzo dei quali si legge del famigerato tenore di vita sviluppato dalla passata giurisprudenza).

Non è quindi la differenza tra i tenore di vita tra i due coniugi divorziandi a far sorgere il diritto al mantenimento e neppure la differenza di reddito tra i due ma l’assenza in capo al richiedente dei mezzi adeguati e l’impossibilità di procurarseli.

E quando si determina questa condizione?

Ebbene, la mancanza di mezzi adeguati è concetto assai chiaro che non merita ulteriore approfondimento se non quello per cui per mezzi si intende qualsiasi fonte capace di produrre reddito: anche una sola proprietà immobiliare capace ad esempio di essere parzialmente dedicata a bed and breakfast o un lavoro part-time, risparmi gestiti etc etc. I mezzi, ben inteso, devono essere valutati in ragione del luogo in cui si vive: 500 euro possono bastare se si vive in un paesino del sud Italia ma sono nulla se si vive a Milano o Roma.

E l’impossibilità di procurarseli quando si determina?

Volendo per un attimo prescindere dalla personale idea che tutti, salvo casi eccezionali, abbiamo modo di lavorare, l’impossibilità di procurasi mezzi adeguati, per la giurisprudenza, si può determinare ad esempio per l’assoluta mancanza di esperienze lavorative pregresse o per l’assenza da anni ed anni dal mondo lavorativo (per aver seguito magari la prole) o, ancora, da una età avanzata che non consente un nuovo ingresso nel mercato del lavoro e che contestualmente non sia tale da dare luogo alla pensione (si pensi alla vicenda degli esodati).

Certamente non si determina quando lo stato di indigenza è colpevolmente causato dallo stesso richiedente. Vige difatti, un nuovo indirizzo fondato sulla cosiddetta auto responsabilità patrimoniale. Insomma, se sei abile, sei anche responsabile di te stesso. E se sei responsabile di te stesso, non puoi rifiutare il lavoro per poi chiedere all’ex coniuge di garantirti la peghetta.

A questo punto, occorre ricordare al lettore due elementi: il primo è che, secondo la distribuzione dell’onere della prova, spetterà al richiedente l’assegno dare prova che non ha reddito (producendo documentazione contabile o fiscale) e che non può procurarselo per ragioni oggettive. Il secondo è che l’assegno, ove riconosciuto, mantiene sempre natura assistenziale giacché esso assegno non è teso, non più, a far mantenere lo stesso “tenore di vita” precedente il divorzio ma solo a non far vivere una persona nell’assoluta indigenza. A tal proposito si osservi l’ammontare dell’assegno per il quale la Cassazione pronuncia l’ordinanza in commento: 200 euro (!).

E dunque il tenore di vita che fine fa?

A questo punto, il lettore vada in alto col cursore e legga nuovamente dove la legge usa le parole “tenore di vita”.

Vi aiuto? Non le usa mai. La legge recita che, ove si determini in astratto il diritto all’assegno divorzile, questo debba essere determinato sulla base di valutazione di tanti parametri tra cui c’è anche la valutazione del contributo dato da ciascun coniuge alla formazione del patrimonio dell’altro e di quello comune.
Leggasi: se una donna, accudendo i figli per una vita, ha consentito al marito di costituire un bel patrimonio personale, è giusto che abbia una compensazione; ciò, sempre che ora la stessa non abbia reddito e non possa procurarselo.